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Jacques Lacan. L'economia dell'assoluto   € 17,00
 
  Federico Leoni
       
 
 
ISBN   9788893140416
     
Editore   Orthotes
   
Collana   Phi/psy
     
Genere   Teoria psicologica e scuole di pensiero
     
Pubblicazione   2016
     
Disponibilità   In commercio, di facile reperibilità

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  La voce e la morte, la superficie e il soggetto, il godimento e la verità, la vita e il nome, la ripetizione e la perversione. Sono alcuni temi che attraversano questo libro, e altrettante porte d'accesso al pensiero di Jacques Lacan. Ogni esperienza umana è un'economia, un gioco di scambi simbolici, un sistema di partizioni che il sapere vi introduce, una spartizione di beni e di corpi. Ma al fondo di ogni economia dell'umano, non altrove dall'economia dell'umano, gioca qualcosa come un'economia dell'assoluto. Al fondo qualcosa resta impassibile e sfavillante e sempre nuovo. L'Uno, lo chiama l'ultimo Lacan, mistico e disincantato, pessimista sull'umano e impassibilmente sereno sull'inumano.
       
Recensione a cura di: Orthotes RECENSIONE DI SILVIA VIZZARDELLI SU EUROPEAN JOURNAL OF PSYCHOANALYSIS // Quando di un libro colpisce lo stile, soprattutto se si tratta di un testo di filosofia, la promessa di una riuscita è quasi assicurata. Lo stile di Leoni è una sorta di choreia, vale a dire una confluenza armonica di più linguaggi, tutti provenienti da un medesimo quadro di pensiero. È uno stile sorretto, tenuto su, da una doppia passione: la passione speculativa e la passione materica, coagulante. La prima si manifesta nel fatto che L’economia dell’assoluto mette in gioco i due grandi temi della filosofia, quei rovelli della mente che da sempre girano intorno alla questione del rapporto tra continuum e discreto e al problema dell’inizio. Come si passa dall’uno ai molti, dall’atto puro alle sue declinazioni, alle sue piegature? Dalla prassi come assoluto movimento della vita alle sue tracce, ai suoi depositi? Quando possiamo dire che qualcosa ha inizio, che si transitada una condizione a un’altra e chi può dar testimonianza di questo passaggio? Questi temi sono affrontati in quelle che Leoni chiama non a caso le due Soglie, poste una all’inizio e una alla fine del libro. Ecco dunque la passione speculativa. Ci si chiederà quale sia la seconda, quella che abbiamo chiamato passione materica, passione coagulante. Si tratta di una vistosa e potente attrazione per quei momenti in cui il pensiero si rapprende ed è il corpo nella sua densità a parlare. Sassolini, pietre, gamberetti, guardie e ladri, passanti, libre di carne. E si potrebbe continuare. La sfida di Leoni è quella di mostrare come questa seconda passione non giochi a scapito della prima, non confligga con la tesi di fondo dell’intero libro che pone l’atto puro alla base di qualsiasi forma della vita e della non-vita. La prima mossa teorica di Leoni in questo libro è la seguente: far piazza pulita della polemica tra filosofi e psicoanalisti, tra filosofia e psicoanalisi. E questo non può che far piacere a chi, come me, crede fermamente nella possibilità di un incontro fecondo tra le due discipline. Cosa rimproverano di solito gli psicoanalisti (a partire da Freud e in parte da Lacan) alla filosofia? Le rimproverano di essere arroccata nella teoria e di non riuscire a dar conto della pratica clinica. E cosa rimproverano i filosofi agli psicoanalisti? Di far mistero della loro pratica e di essere restii a darne conto fino in fondo nella teoria. Insomma, come ci insegna Alain Badiou, la psicoanalisi rimprovererebbe alla filosofia di perseguire la verità e di tradire la contingenza. Perché Leoni toglie il terreno a questa polemica? Perché fa della filosofia stessa una clinica, ovvero un esercizio, una pratica. Se non concepiamo il pensiero filosofico come una duplicazione riflessiva e metafisica della vita, bensì esso stesso come una forma di vita, allora la filosofia rivelerà il senso originario del termine “clinica”. Essa apparirà cioè come un esercizio di piegature, come un inclinarsi del pensiero in quanto esso stesso vita. Filosofi e psicoanalisti assecondano e incoraggiano questo movimento, tentando a loro modo di creare e sperimentare “quella linea di piegatura, di flessione dell’Uno su se stesso, dell’immanenza su se stessa, del reale su se stesso” (p. 6). Se questa è l’atmosfera che si respira negli ultimi lavori di Leoni, si comprendono le ragioni del suo attuale incontro con Lacan. In particolare con l’ultimo Lacan, l’ “amatore del reale”, colui che sente la necessità di abbandonare le partizioni e spartizioni di beni e di corpi, per celebrare quella economia dell’assoluto che, portandolo a ridosso dell’Uno, disperde l’umano e tocca l’inumano. C’è poi nella lettura che Leoni ci propone di Lacan una necessità che preme dall’interno e che quasi mette alla porta la parola; una urgenza che spinge in avanti il suo discorso e che non si lascia dire fino in fondo, ma traspira implacabile. Si tratta di una insofferenza per l’etica del sacrificio, che si traduce nella scelta di un lessico affermativo: vita, prassi, esercizio, immanenza, differenza pura, evento sono i termini più ricorrenti nella scrittura di Leoni. Sono le parole che consentono di edificare un’etica del godimento contrapposta all’etica del desiderio. C’è, è vero, un Lacan che ci ha autorizzato a concepire il desiderio come la componente più sana della pulsione, più sana perché agganciata al simbolico, e alla catena dei suoi rinvii, dilazioni, spostamenti. Un desiderio insomma intriso di senso, capace di articolarsi e sostenersi nella legge. Ma questo è accaduto sul terreno di una celebrazione incondizionata della mancanza, del vuoto, della perdita, del resto, della morte, del sacrificio. In una parola, l’etica del desiderio costruita sulla mancanza è l’esito obbligato di una metafisica costruita sulla distanza e sul rinvio. Il linguaggio è il luogo dove si pone in essere insieme la distanza e la rincorsa del desiderio. Il secondo Lacan è più attento al rovescio dell’etica del desiderio. La topologia lo guida verso una torsione in cui ad affacciarsi è una scienza dei corpi e un’etica dei corpi che godono. Qui non sappiamo più se è lecito distinguere vita da non-vita, organico da inorganico, umano e animale, umano e non-umano. Siamo in una zona di transizioni immanenti dove la vita pulsa, batte, insiste nella sua testardaggine, preme senza testa e senza senso. Vita è forse più quella della pietra, fremente e immobile, dura e testarda, piuttosto che quella della soggettività che invece opacizza, restringe, blocca sotto l’apparenza del dinamismo. Torneremo brevemente su questo punto, anche per mostrarne qualche incongruenza e per metterne in luce la problematicità. Ci basta per ora sottolineare come il discorso di Leoni si spinga sull’orlo dell’impensato e dell’impensabile, e ci faccia incontrare repentini scambi di senso, ribaltamenti e sovversioni dell’uso più comune delle parole. Mi soffermerò in particolare sul capitolo che ha il titolo Taglio Evento Creazione. Secondo Leoni ci sarebbe un Lacan materialista, avvistatore di pezzi di corpo che si staccano e vengono ceduti, di materie residuali su cui intervengono tagli all’apice dell’angoscia, il Lacan per intenderci del Seminario X, e un Lacan teorico del taglio come atto assoluto che agisce dietro il primo, e che non avrebbe più a che fare tanto con la mancanza, la scissione, la residualità, quanto con la pienezza, la pura presenza. Leoni coglie straordinariamente bene – sono le pagine più belle e acute del libro – una questione centrale per Lacan, ma direi, più in generale, per comprendere come la vita psichica possa incontrare la materia, l’inerzia, l’inorganico. Li può incontrare alla fine non all’inizio, la materia non è il punto di partenza su cui si esercita l’energia creativa dell’uomo, non è aristotelicamente il supporto della creazione, ciò su cui interviene, modellandola e plasmandola, la forza poietica della vita. La materia è piuttosto al fondo del processo creativo, è una piegatura della vita stessa. Io direi, sapendo di dire cosa non perfettamente in linea col discorso di Leoni, che essa si affaccia a valle di un deflusso psichico, al termine di una pulsione. Ma proprio questo accade nel Lacan del primo taglio, del Seminario X. Non sarei d’accordo che Lacan pensi la materia come il supporto che poi viene inciso, in quanto già qui la materia è alla fine di un deflusso pulsionale, è stacco. Cioè è insieme all’apice di una tensione e ciò che produce uno stacco, una inerzia, un resto. Il fatto che questa presenza materica si produca all’apice o al fondo di una tensione nulla toglie al suo carattere di inerzia, di residualità, di estraneità inorganica. Leoni sceglie invece la strada di considerare il sasso, la pietra, l’inorganico come la massima espressione della testardaggine insistente della vita, salvo poi riferire la morte alla strettoia della soggettività. C’è qui, come si diceva, un ribaltamento: la pietra è la vita pura insistente e testarda, mentre la soggettività linguistica, sorretta dall’economia del nome, della distanza, delle duplicazioni, è mortifera. Ecco una delle più coraggiose inversioni di Leoni, che però sembra implicitamente ribadire la necessità di articolare dialetticamente il discorso, ipotizzando uno scarto tra vita e morte, anche se cambiato di segno. Il fatto è che non si riesce fino in fondo ad afferrare la natura ambigua del godimento in Lacan senza leggerlo alla luce-ombra dell’angoscia, dove il soggetto incontra, per così dire, l’inerzia dello slancio vitale. Il Seminario X sull’angoscia ci dice proprio che la materia, l’opera, l’inerzia, il pezzo di corpo staccato li incontriamo alla fine di un deflusso pulsionale, ma appunto che in questa fine tocchiamo l’inassimilabile, quel che può essere inglobato e non metabolizzato. L’angoscia è il segnale di una torsione della vita, di quella piegatura che porta il vitale a farsi oggetto. E qual è l’indicatore che ci suggerisce che siamo in presenza di questa torsione? È il fatto che ci siano, nel luogo dove prima c’era una mancanza, oggetti, parti di corpo cedibili al mondo. Oggetti, porzioni di materia incorporabili, ma non assimilabili, tali cioè da mantenere una loro durezza autonoma pur essendo parte di noi, e poter essere così gettati, lasciati cadere, abbandonati al mondo. Eccoci quindi tornati d’un tratto al nostro tema: la torsione del vitale nell’inorganico, nell’inerziale. L’essere umano fa esperienza dell’angoscia e insieme della sua stessa capacità produttiva e artistica quando si percepisce cedibile come appunto un oggetto. Quando c’è qualcosa che pur non coincidendo con la mera realtà esterna in quanto è parte del soggetto, nel suo carattere di cedibilità guadagna lo statuto dell’oggettualità. Si tratta precisamente dell’oggetto a lacaniano, né interno né esterno, estimo per usare la sua terminologia. Quell’oggetto che si incontra soltanto come deflusso pulsionale. Potremmo allora dire che angoscia, godimento ed esperienza estetica si collocano in quella zona di contatto non articolabile tra endosomatico e esosomatico, in cui per torsione topologica ciò che è parte del corpo viene sentito come estraneità e viceversa. Lacan ha bisogno della topologia, come ci dice Leoni, per avvicinare questa labile zona di contatto tra interno ed esterno, organico e inorganico, proprio perché intuisce che il contatto tra l’uno e l’altro non può essere il risultato di una articolazione, bensì, semmai, di una torsione. Il modo in cui il soggetto testimonia di questo contatto e si dispone a toccare il reale, direbbe Lacan, resta un enigma, un mistero, finché non lo si immagina come una postura del corpo. Il reale è una postura del corpo. Per questo esso appare così lontano sia dall’idea della realtà come mondo esterno, sia da quella che concepisce il reale come un concetto limite che accompagna come un’ombra il linguaggio e la conoscenza. È decisivo, per intendere il reale, prestare ascolto a un particolare tipo di movimento che attraversa il corpo pulsionale: un movimento di caduta, di sgravio, di cessione. Lacan lo sentiva forte nelle sue ossa e nelle ossa dei suoi pazienti e quando non lo percepiva si preoccupava, quasi che l’assenza della caduta nella stanza di analisi segnalasse un problema, fosse un campanello di allarme. Il Seminario X è una celebrazione della caduta, come esperienza di angoscia e di godimento insieme. Potrei fare tanti esempi, tratti dal seminario sull’angoscia, per mostrare questa vividezza del reale come postura del corpo. Ne faccio solo uno, che per la sua incisività vale per tutti. Quanto all’orgasmo, esso ha un rapporto essenziale con la funzione che definiamo come la caduta del più reale del soggetto. Coloro che qui hanno un’esperienza come analisti non ne hanno forse avuto la testimonianza più di una volta? Quante volte vi sarà stato detto che un soggetto ha avuto, non dico necessariamente il primo, ma uno dei suoi primi orgasmi nel momento in cui doveva consegnare in tutta fretta un compito in classe, un tema o un disegno da terminare rapidamente? E poi, che cosa si raccoglie? La sua opera, quello che essenzialmente ci si aspettava da lui. Devono strappargli qualcosa. Vengono ritirati i compiti. In quel preciso momento, egli eiacula. Eiacula all’apice dell’angoscia (Lacan, Seminario X, tr. it. p. 183). Proviamo a interpretare questo esempio lacaniano. Un esempio che ci inchioda a una straordinaria autoevidenza, ma che merita per la sua forza di essere scomposto e analizzato. Innanzitutto c’è un effetto di tempo. Il tempo preme, mette fretta, slancia in avanti perché sappiamo che ci sarà una fine e che questa fine è inscritta già nell’inizio. La consapevolezza strutturale della fine spinge in avanti con la tensione di una invocazione. Il tempo del compito in classe è un tempo invocante, il tempo della fretta. Ciò che sorregge il nostro studente alle prese con il suo compito è la sensazione potente di una imminenza. Ci sarà qualcosa che dovrà accadere alla scadenza, qualcosa prenderà il posto della tensione, e si depositerà come una parte di corpo. Nel momento dello stacco, della consegna del compito, della deposizione, assistiamo alla perfetta concomitanza di due condizioni: una relativa all’oggetto e una che riguarda invece il soggetto. Dal lato dell’oggetto, vale a dire della consegna del compito, il protagonista è un corpo inerziale, qualcosa di nostro che si stacca da noi e viene avvertito come fatalmente inorganico, materiale. Qui l’opera-compito non è il risultato del nostro lavoro, bensì ciò in cui residua, depositandosi, la tensione operativa. Un resto appunto. Dalla parte del soggetto, l’inerzia si traduce in tentazione. C’è una deriva pulsionale, un deflusso che porta a staccare qualcosa da sé e a lasciarla cadere come corpo-opera. Questa postura del corpo in caduta che produce uno stacco, sicché il corpo stesso si consegna al mondo come oggetto residuale, è precisamente l’unico modo che abbiamo di incontrare il reale: la torsione di una tentazione in deposizione, di una fretta in una fatalità, della vita nella non-vita, del movimento nell’inerzia. Il nostro studente, e noi con lui, si trova all’apice dell’angoscia, al termine di una tentazione, e sperimenta qui, nello stesso momento, una condizione di Befriedigung, di soddisfazione, una pulsione mortifera che lo conduce a lasciarsi cadere come resto di se stesso, e la forza rigenerativa della creazione d’opera. Dunque: pulsione di morte, creazione, angoscia, soddisfazione. Tenere insieme questi momenti è la sfida di Lacan nelSeminario X. Mi sono permessa questa lunga digressione, per far emergere come forse un’etica del martirio e del sacrificio, che Leoni tende a mantenere più distante possibile dall’etica assoluta del godimento, sia proprio ciò che in Lacan rende possibile la forma della soddisfazione, della riuscita, della presenza, della pienezza. Come dire che dal passo indietro della vita bisogna transitare per incontrare il godimento. Leoni non sarebbe d’accordo. Il suo gesto non è questo: esso va individuato nella voce assoluta di un “godimento per nulla mortifero, per nulla residuale, per nulla destinato agli scarti o sospinto da uno scarto” (p. 121). Un godimento insistente e persistente, atto puro, intorno al quale si è giocato il mio confronto con lui.
 
 
 
 
Pietro Maturi,Federico Albano Leoni

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